Spesso parliamo di autostima come se fosse un oggetto: "l'ho persa", "ne ho poca", "devo trovarla". In un'ottica costruttivista, l'autostima è invece un processo dinamico. È il risultato delle storie che ci raccontiamo su noi stessi e delle "lenti" attraverso cui interpretiamo i nostri successi e i nostri fallimenti.
Queste lenti non nascono dal nulla: si formano nel tempo, a partire dalle relazioni significative, dai messaggi ricevuti in famiglia, a scuola, nei gruppi a cui abbiamo appartenuto. Se abbiamo imparato a leggerci attraverso lenti che ingrandiscono i difetti e rimpiccioliscono le qualità, il nostro senso di valore ne esce inevitabilmente compromesso. Lo stesso evento — una critica al lavoro, un appuntamento andato male, un progetto non riuscito — può essere vissuto come una conferma di "non valgo abbastanza" oppure come un'esperienza imperfetta ma normale, a seconda della lente che usiamo per guardarlo.
La psicoterapia aiuta innanzitutto a diventare consapevoli di questi filtri: a notare il momento esatto in cui scatta il giudizio severo su di sé e a riconoscere quanto quel giudizio sia una costruzione, e quindi qualcosa che si può modificare. Non si tratta di una consapevolezza astratta, ma di un lavoro concreto sulle situazioni quotidiane in cui l'autosvalutazione si attiva.
Cambiare la narrazione di sé non significa mentirsi o ripetersi formule positive davanti allo specchio. Significa imparare ad accogliere la propria complessità, tenere insieme luci e ombre senza ridursi a un'etichetta, e riconoscere che il nostro valore non dipende dall'approvazione degli altri né dal raggiungimento della perfezione. Dipende, piuttosto, dalla capacità di accettarci come persone in continua evoluzione, autorizzate a sbagliare e a cambiare.
